"Omaggio a Piero Camporesi, ossia quello che gli storici dell'arte gli dovrebbero se avessero letto Le belle contrade e su quanto sarebbe utile rivedere in libreria questo importante volume”.

Durante la scorsa primavera avrei tanto desiderato visitare la mostra organizzata dalla Pinacoteca di Forlì per il decennale dalla  morte di Piero Camporesi ma, come qualche volta succede anche alle cose più ambite, non  ho saputo trovare né il tempo né l'occasione.

Non so bene cosa mi aspettassi da questa mostra - mi sono sempre interrogata su come ricordare un intellettuale allestendo un evento espositivo -, ma per l' "academico di nulla academia" (come lui stesso si definiva in Il governo del corpo. Saggi in miniatura, Milano 1995, 2006, citando il Nolano) ho provato un rispetto e un'ammirazione tanto sconfinate che anche l'idea di passeggiare fra le sue foto, i suoi taccuini, fra i brani dei suoi scritti  avrebbe avuto per me il senso di rendergli  un personale tributo, un omaggio laico ad una intelligenza che non c'è più, che colgo ora l'opportunità  di destinargli da queste pagine web.

Chi fosse Piero Camporesi è noto a molti.  Tuttavia poiché nutro forti dubbi che i nostri studenti, di rado avidi di letture d'intersezione fra i campi disciplinari, ne conoscano la figura e l'opera, mi si conceda di introdurne un breve profilo biografico. Salito in cattedra a Bologna da italianista, ossia da provetto filologo della letteratura italiana di età moderna, con alle spalle qualche significativa esperienza di critica letteraria, Piero Camporesi era un intellettuale difficilmente collocabile sotto un'etichetta monolitica.  Sensibile all'impegno politico e  al senso che la storia può imprimere nella definizione del vivere quotidiano, immagino che avrebbe accettato senza discutere la definizione di  "storico sociale attento ai valori antropologici", ma sono anche certa che avrebbe lasciato la porta aperta ad una qualche ulteriore accezione  sociologica. I suoi molti volumi, pubblicati dagli anni '70 agli anni '90, costituiscono delle pietre miliari per la storia del corpo,  del cibo,  in breve delle influenze esercitate dalle condizioni materiali di vita sulla costruzione dell'immaginario collettivo. Sono studi che scandagliano le fonti letterarie più note e quelle meno considerate, traendone scenari del tutto privi di idealizzazione. Una volta sollevato il velo della storia evenemenziale italiana, Camporesi apre sulla dura realtà della ricezione del mondo e delle sue registrazioni attraverso i sensi. La cultura popolare e la dimensione letteraria alta costituiscono il pozzo immenso e non di rado putrido e stagnante da cui lo studioso estrae storie e microstorie capaci di illuminare sulle vicende dell'uomo rinascimentale, barocco e illuminista, sui suoi bisogni, sogni e incubi.

Non è dunque un caso che il nome di Camporesi  ricorra all'interno di questo sito dedicato al paesaggio. Dopo aver per anni indagato nelle fonti i recessi del corpo umano, gli umori e le malattie, i desideri e i godimenti, all'inizio degli anni '90 l'italianista pubblicava un libro dal titolo Le belle contrade incentrato sulla nascita del paesaggio italiano nella letteratura di età moderna (Milano, 1992). Su questo argomento, alle sue spalle, c'era sì il prezioso contributo dello storico dell'arte Giovanni Romano, Studi sul paesaggio (Torino 1978), che infatti l'autore tiene stretto a sé come un cuscino ricamato di idee,  ma la forza con cui l'italianista forlivese intreccia il materiale e la profondità di campo che se ne ricava costituisce un importante passo avanti, tanto persuasivo e denso che la lettura del suo libro cambia il nostro modo di affrontare finanche la descrizione del paesaggio reale e/o raffigurato in età umanistica.

L'argomento principale de Le belle contrade riguarda la percezione che del paesaggio si aveva nell'Italia del Quattrocento e del Cinquecento. Camporesi  ci dimostra come: "immagini 'paesaggistiche', scorci 'panoramici', 'viste' pittoresche non siano immaginabili per gli uomini del Cinquecento: il loro occhio perlustra con particolare attenzione la concretezza ambientale o la realtà della geografia umana, magari fissandola in tipologie approssimative, in stereotipi e luoghi comuni di pura invenzione". (Camporesi, in Dal paese al paesaggio, in Il paesaggio. Dalla percezione alla descrizione, a cura di R. Zorzi, Venezia 1999, p. 23). Il letterato, l'intellettuale, il diplomatico cinquecentesco italiano descrivono il paesaggio non in quanto luogo della dimensione estetica, ma esclusivamente in quanto "spazio in cui cogliere  i suoi essenziali tratti geografico-economici e i suoi profili antropici, non da contemplare disinteressatamente per ineffabili piaceri dello spirito, da usare per ingiustificate e indebite rêveries, da consumare in morbidi circuiti suggestivi, o tanto meno da integrare in implicazioni attinenti alla sfera dello spirito e della meditazione religiosa".

Dalle descrizioni letterarie  del paesaggio che è dunque "paese, ambiente, territorio" emerge: "un'Italia di cose e di genti, di donne e di uomini, di oggetti, di manufatti, di prodotti, messa a fuoco e identificata non dal nobile senso della vista, ma da quelli, più popolari del tatto, del gusto, dell'olfatto. Un paese di verze, di meloni, di anguille, di maiali salati, ma non di affreschi o di tele; di barche, di montagne, di scarpe, di speroni, di botteghe di fabbri e di vasai, di ciabattini e di  berrettai, di spazzacamini e di muratori, ma non di cattedrali e di regge; di ferriere e di solfatare, ma non di palazzi e di ville. E' però un paese reale, nel bene e nel male, nel lavoro e nell'ozio: un paese fatto non per essere dipinto o artisticamente illustrato ma nel quale abitare, vivere, comprare, commerciare, mangiare, lavorare, oppure da scansare e da cui diffidare. Abitato da uomini laboriosi e da fannulloni, spesso anche da vigliacchi, ladri, impostori, ribaldi, gaudenti e ghiottoni, ma è sopratutto un grande laboratorio di fatiche..." (Ibidem, p. 25)   

Ma questa nozione prevalente del paesaggio non riguarda esclusivamente il mondo delle mediazioni culturali, quanto anche quello della produzione artistica. Camporesi rilegge molte testimonianze della trattatistica tecnica fra Quattrocento e Cinquecento (Filarete, Francesco di Giorgio Martini, Vannoccio Biringhuccio) per scoprire come, per esempio,  tanta parte di questa letteratura prestasse un'attenzione particolare alla natura mineralogica delle montagne e delle alture.

Né nondimeno era estraneo a questa sensibilità l'occhio del pittore, dell'architetto, dello scultore, che aveva del reale, "la stessa percezione paesaggistica di un curioso filosofo della natura, d'un cercatore di metalli o d'un tecnico minerario". Vista sotto questa nuova luce, diverso spessore di indagine sulla natura acquista una delle pagine più belle di Leonardo sul paesaggio, quella in cui l'artista cerca di trasmettere il fascino delle alte cime a un suo ideale discepolo ammaestrandolo negli effetti pieni di fascino del paesaggio desolato delle grandi montagne:

"Adunque, tu, pittore, mostrerai nelle sommità de' monti li sassi, di che esso si compone, in gran parte scoperti di terreno, et l'herbe che vi nascono minute et magre et in gran parte impallidite et seche per carestia d'humore, et l'arenosa e magra terra si vede transparire infra le pallide herbe, et le minute piante stentate et invecchiate in minima grandezza, con corte et spesse ramificationi e con poche foglie scoprend in gran parte le ruginenti et aride radici tessute co' le falde et rotture delli ruginosi scogli, nate dalli storpiati cieppi dalli huomini e da venti; et in molte parti si veggha li scogli superare li collu de li alti monti, vestiti di sottile e pallida lanugine...."(cit. da E. Solmi, Scritti vinciani, Firenze 1924, p. 135).

"Nella trattatistica del Quattrocento e della prima metà del Cinquecento - conclude Camporesi - il paesaggio, come nelle pittura coeva, non arriva a una piena autonomia, non raggiunge dignità di statuto pittorico, né di libera suggestione sentimentale. Può arrivare ad altissime vette e a preziosissimi effetti, ma non perviene a una completa affrancazione dalla felice schiavitù del particolare".

La lezione di  Camporesi, sottoponendo al "principio di realtà" la ricezione del paesaggio nella prima età moderna, andrebbe diffusa tra gli storici dell'arte meno avvertiti, usi a trattare il paesaggio dipinto rinascimentale con estrema disinvoltura, come se il suo statuto fosse tutt'altro che una variabile della storia.

Giovanna Capitelli

Università degli Studi della Calabria

Per approfondire: La lezione di Piero Camporesi, Convegno dell'Accademia degli Incamminati, Modigliana, 14 giugno 1998,  con relazioni di Marco Belpoliti, Marino Biondi, Oliviero Ponte di Pino, Massimo Montanari, Elide Casali, Remo Melloni, Natale Graziani, Elide Casali, Giorgio Luti, Giuliano Scabia, Matteo Poggi, raccolte in "Caffè Michelangiolo", III, 2, maggio agosto 1998.

Inoltre: Elide Casali (a cura di), «Academico di nulla Academia». Saggi su Piero Camporesi, Bologna, Bononia University Press, 2006

Una biografia di Piero Camporesi  è consultabile sul sito: http://www.disitlec.unibo.it

 

Last modified: Thursday, 26 January 2012, 3:02 PM