Voce 'Lucedio'. Eleonora De Stefanis

Il lemmario delle Sentinelle

Con l’intervento di Eleonora De Stefanis, Sentinelle del Paesaggio apre la strada alla costituzione di un nuovo lemmario del paesaggio del Piemonte Orientale.

Si tratta di un lemmario ‘improprio’ che vuole tenere assieme – all’interno cioè del medesimo paesaggio – lemmi legati ai luoghi, cioè al territorio, alla storia, cioè ancora al territorio, alle produzioni artistiche (cioè ancora il territorio), alla letteratura (le parole per raccontarlo).

Scegliamo parole chiave per leggere o meglio guardare a volo d’uccello, l’area nella quale viviamo, studiamo, lavoriamo, ricerchiamo.

Il lemmario non vuole e non può essere né uno strumento linguistico né uno strumento filologico. Può essere invece il risultato di una scelta di parole che, per le Sentinelle, nei primi mesi del progetto, sono apparse come parole cruciali nell’incontrare, perlustrare, attraversare, riflettere e  conoscere questa area geografica e culturale e questi paesaggi.

Attorno e dentro queste parole si è voluto ragionare, chiedendo poi a studiosi esterni al progetto, di fornire la loro ‘versione’, cioè di regalare – riguardo a tali parole - il loro sguardo o meglio il loro senso.  

 Il primo lemma che pubblichiamo è Lucedio nella versione, bellissima, che ne ha dato per Sentinelle, Eleonora De Stefanis, alla quale va il nostro grazie per avere condiviso con noi e con i nostri visitatori, il suo sguardo su un complesso monumentale, territoriale e storico, di cui è probabilmente la maggiore studiosa.

Eleonora De Stefanis è ricercatrice di Archeologia Medievale presso l'Università degli studi del Piemonte Orientale ‘Amedeo Avogadro’. Ha dedicato ampia parte dei suoi studi ai monasteri altomedievali in Friuli e in Emilia-Romagna, ove si è occupata del monastero di Bobbio e del suo territorio su cui continua a lavorare tuttora; contestualmente si è concentrata su realtà piemontesi, come l'abbazia cistercense di Lucedio e il priorato cluniacense di Castelletto Cervo. Al sito di Lucedio, Eleonora De Stefanis ha dedicato il volume: Gli edifici dell’abbazia di Lucedio nella documentazione scritta e cartografica, San Giorgio Editore, Genova 2007.

LUCEDIO

Intorno a Lucedio: il paesaggio del Basso Vercellese in età medievale attraverso la documentazione dell’abbazia di S. Maria

 

Il 4 gennaio 1126 il marchese Ranieri di Monferrato dona all’abbazia di S. Maria di Lucedio due pezze di terra nella stessa Lucedio e nella prossima Montarolo. Il documento, che si è scelto come filo rosso della scheda, risulta rappresentativo e di particolare interesse in quanto contiene alcune notazioni di rilievo per la ricostruzione del paesaggio in questa zona del basso Vercellese, a partire dalle stesse indicazioni attraverso le quali sono situati da un lato l’ente monastico, che viene da subito qualificato attraverso il richiamo alla prossimità ad un corso d’acqua, il Lamporo (monasterio Sancte Dei genitricis et virginis Marie sito in loco Lucedii iuxta flumen Ampurii), dall’altro una delle terre donate, di cui si elencano le coerenze, che sono in parte significativa costituite, ancora una volta, da corsi d’acqua, il medesimo Lamporo e l’Acquanegra, che scorre nei pressi.

L’abbazia è attorniata dalle acque, che fluiscono in letti naturali oppure sono progressivamente convogliate in canali e rogge artificiali, realizzate nel corso del tempo, ma già ben presenti alla documentazione medievale, prima ancora di essere fissate visivamente nella cartografia di età moderna e di diventare l’infrastruttura portante per la monocoltura risicola, il cui impianto prende l’avvio soltanto con la fine del medioevo. Le numerose risorgive e fontanili che, pur con particolare concentrazione nella zona tra Livorno Ferraris, Vercelli e Ronsecco, punteggiano tutto il territorio, estendendosi sino al Po – come dimostrano le molteplici citazioni nella documentazione medievale, non solo lucediese, di fontanae e fontanellae, talora già accompagnate da un nome proprio al genitivo, ma anche la capacità di questi ambienti di fissarsi in maniera persistente nella toponomastica, come nel caso di Fontanetto – fanno da contrappunto alle zone umide, acquitrini e paludi, la cui formazione è favorita dalle frequenti esondazioni dei fiumi, a partire dal Po e dal Sesia, che, con le frequenti divagazioni dei loro alvei, generano aree intermedie facilmente alluvionabili, le insulae.

Tali fenomeni si collocano nel quadro di una serrata dialettica in cui la crescente antropizzazione del territorio si accompagna all’imbrigliamento delle acque, esplicitato dai ricorrenti riferimenti ad elementi come il fossatum (il fossatum Asinarium, ad esempio, segna un tratto del confine del bene in Montarolo ceduto ai monaci di Lucedio) o il lacum, ad indicare una sorta di bacino di raccolta, presenze che attestano un esteso e più o meno programmato intervento su queste zone.

Il documento lucediese del 1126 restituisce, tuttavia, anche un'altra componente che segnava in antico questo comprensorio, ovvero rilievi più o meno accentuati che modulavano sul piano altimetrico la vasta superficie estesa tra Vercelli, il Po e, in senso trasversale, la Dora Baltea e il Sesia, un ambito nel quale il cenobio di S. Maria attua nel corso del medioevo una incisiva operazione di radicamento fondiario. Proprio nell’atto di donazione di Ranieri compare, nella delimitazione relativa alla pezza di Montarolo, una vallis Orcharia, la quale, come depressione associata ad un’altura, quella ancora oggi esistente di Montarolo, su cui sorge quanto rimane del complesso che formava la grangia lucediese, non è che una delle molteplici valles, che con i montes, i dossi, le costae, di cui abbonda la documentazione medievale, concorrono a restituire l’immagine di un paesaggio molto più articolato di quanto oggi percepibile.

Attualmente, infatti, il rilievo di Montarolo è di fatto l’unica altura ancora sussitente, capace di stagliarsi nettamente sul territorio circostante, altrimenti completamente stravolto nella sua originaria configurazione geomorfologica, a seguito di interventi di spianamento operati con la diffusione della coltura risicola, interventi che trovano nella seconda metà del XIX e nel XX secolo i due momenti di maggiore impatto, facilitati, come ovvio, dall’affermazione della meccanizzazione.

Le terre donate a Lucedio nel 1126, contraddistinte da prati, boschi e gerbidi, si pongono così come parte di quelle vaste estensioni di incolto, principalmente a destinazione boschiva, che segnano il territorio nel medioevo, ricordate con puntualità già da prima della fondazione dell’abbazia, in particolare da due diplomi del 999 e del 1000 in cui, per l’area in esame, sono citate le silvae Salsa (forse nell’area di Tricerro), Palazolascam e de Loceio, comprensorio, quest’ultimo, già individuato dalla presenza del monastero di fondazione longobarda dei SS. Michele e Genuario, e della cui antica copertura a vegetazione arborea sussistono lembi nel c.d. “bosco della partecipanza” presso Trino.

Alle superfici forestali, la cui importanza in età medievale come risorsa economica ed il cui polivalente utlizzo sono ben noti, si inframmezzano aree a diversa destinazione d’uso, quali i prati, già citati, che favoriscono lo sviluppo di un’articolata pratica di allevamento, anche transumante, di cui, ancora una volta, la documentazione lucediese fornisce significative attestazioni: le cospicue greggi del monastero (costituite ciascuna da oltre seicento unità) trovano nella pianura vercellese abbondanti pascoli che si integrano con gli alpeggi in quota, talora ubicati anche molto lontano, come quelli della valle di Susa, oggetto, nel XII secolo, di un intenso utilizzo, agevolato da ripetute concessioni di esenzione dal pedaggio sul transito degli armenti. La zona è peraltro segnata da presenze toponomastiche ricordate in documenti medievali dell’abbazia, che puntualmente registrano le attività di allevamento praticate in questi luoghi, come il sito ubi dicitur ad pontem caprarum, nei pressi di Ronsecco.

Il paesaggio si articola non da ultimo anche attraverso i campi coltivati, con grano e cereali minori (segale, avena) ma anche con vigneti, ripetutamente citati nelle fonti scritte di Lucedio, dalla fascia verso il Po sino alle porte di Vercelli, ove, nel suburbio meridionale, nell’area denominata Creario, il cenobio acquisisce vigne tenute ad alteno combinate con la coltivazione dell’avena.

In questo contesto l’inserimento del cenobio avviene, come si è detto, sul piano fondiario, mediante la costituzione di un esteso patrimonio che trova nell’area in questione uno dei nuclei di maggiore e più articolata presenza, con una notevole differenziazione economica al suo interno, ma si esplica anche a partire dalle stesse strutture materiali che costituiscono il complesso. Non a caso, in un territorio siffatto, esso conosce una prima fase costitutiva che fa ampio uso del legname da costruzione, come indicano alcuni tra i più antichi documenti dell’abbazia, come quello del 1158 in cui il marchese Guglielmo di Monferrato concede all’ente monastico l’uso delle aree boschive in suo possesso per la realizzazione degli edifici della comunità (damus in nemoribus nostris usum ad domos construendas et ad omnia eiusdem monasterii necessaria).

Come spesso verificato per i complessi cistercensi, ad una prima fase in cui si fa ampio ricorso all’edilizia lignea, ne segue una seconda in muratura, che si accompagna ad un’articolata organizzazione dell’impianto religioso, il quale riflette il suo profondo rapporto con il territorio su più fronti. Innanzitutto in questa prospettiva si inquadra la scelta del laterizio quale materiale da costruzione prevalente, che attinge evidentemente all’ampia disponibilità di argilla, di acqua e di legname da combustione, condizione necessaria alla base delle numerose fornaci che contraddistinguono queste aree sin dall’età romana e ancora nel medioevo, come dimostrano i documenti non solo lucediesi, i quali non infrequentemente ricordano termini, già fissati nella toponomastica, quale ad fornacem / ad furnacium.

            Anche nella sua articolazione interna, infine, il monastero rivela la stretta interazione con l’ambito in cui si inserisce: alla chiesa ed al chiostro, nucleo centrale del cenobio, si affianca, almeno dagli inizi del XIII secolo (quando per la prima volta compare nella documentazione scritta), il chiostro dei conversi, funzionale alla vita quotidiana di quella comunità che presiede alle attività manuali ed all’interno della quale si distinguono figure di rilievo, come alcuni dei grangeri di Gazzo, cui nel XIII secolo è affidata la gestione di un importante complesso economico, gestione in cui essi rivelano notevole abilità nelle transazioni, in larga parte aventi come oggetto proprio aree boschive in comprensori limitrofi.

            Se a Lucedio del chiostro dei conversi sussiste, nel suo impianto medievale, ancorché rimaneggiata in età moderna e contemporanea, soltanto la manica orientale, diaframma con lo spazio claustrale riservato ai monaci, è soprattutto la grangia a conservare, pressoché interamente, il suo impianto originario, nell’area più esterna, prospettante su un corso d’acqua – ora tombato, ma esistente ancora sino alla prima metà del Novecento – che attraversava il complesso e destinata ai molteplici usi, di stoccaggio e lavorazione dei prodotti agricoli provenienti dalle proprietà. Queste diverse funzioni si traducono in altrettante strutture materiali, ubicate nella stessa area della grangia, a partire dal mulino, poi affiancato, dall’età moderna, dalla pista da riso, a riprova degli sviluppi intervenuti nell’economia di un’area in cui il monastero dimostra la capacità, attraverso un dialogo costante con il paesaggio circostante e le sue risorse, di essere parte attiva attraverso i secoli.

 

 

Eleonora Destefanis

Università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”

Last modified: Thursday, 26 January 2012, 3:02 PM